domenica 20 novembre 2011

Gli orfani di Gheddafi

Alla ricerca di immagini forti cui paragonare la traballante situazione italiana, troppo condizionata da istituzioni estere, i firmatari di una lettera pubblicata oggi con rilievo sul "Corriere" si rivolgono ai recenti fatti della Libia in cui stigmatizzano l'intervento esterno avvenuto "in seguito ad alcuni disordini che, a paragone di quelli avvenuti in Siria, facevano ridere".

domenica 6 novembre 2011

Cinque pagine esemplari

Ho impiegato un po' di giorni per confezionare questo intervento, imperniato sugli articoli che il Corriere ha dedicato alla Libia il 22 ottobre scorso, perché non sapevo da che parte cominciare. Tanti e tali sono i modi distorti di presentare la situazione che quasi ogni riga di ogni articolo meriterebbe un commento. Mi sembra comunque importante fare una breve analisi di quelle pagine perché sono in certo qual modo l'immagine concentrata del modo di trattare l'argomento Libia non solo da parte di questo, ma in generale di quasi tutti i quotidiani italiani.

giovedì 20 ottobre 2011

Quando l'Italia aiuta a capire la Libia

Da giorni è in atto, nei  media italiani, un'intensa campagna di stampa di denigrazione della rivoluzione libica, la cui manifestazione più evidente è l'intera pagina che il maggiore quotidiano italiano ha dedicato alla descrizione di "incendi, terrore e caccia all'uomo" che imperverserebbero in quel paese irrimediabilmente devastato dalla violenza (Corriere della Sera 16 ottobre 2011, p. 19).

venerdì 2 settembre 2011

Rivoltosi o rivoluzionari?

Leggo nella posta odierna sul "Corriere" che Sergio Romano ancora si pone la domanda se in Nordafrica vi sia stata una vera rivoluzione o delle semplici rivolte. E propende decisamente per quest'ultima risposta.

lunedì 8 agosto 2011

Il punto di vista sbagliato dei media italiani

Leggendo il tono degli interventi che in Italia vengono pubblicati sulla Libia, sono colpito dal loro carattere estremamente ideologico e di conseguenza ben poco oggettivo.

sabato 30 luglio 2011

"9+9 fa zero"?

L'articolo di Luigi Ippolito con questo strano titolo presenta un punto di vista estremamente parziale su di una guerra a tavolino, che non è quella in cui da mesi tanti coraggiosi e pacifici cittadini libici si stanno facendo massacrare in nome della libertà.

Nell'articolo si parla di NATO, di USA, di cancellerie europee (tutti paesi con vittime zero), mentre il  popolo libico, che ha iniziato la sollevazione e tuttora sta subendo, giorno per giorno, le maggiori perdite (migliaia di morti, feriti, mutilati, profughi, vittime di violenze fisiche e psichiche), non viene minimamente preso in considerazione. 

Secondo Ippolito si sarebbero spesi troppi soldi senza risultato, per cui sarebbe il caso di cercare un "compromesso". L'opinione pubblica occidentale vuole risultati spettacolari e rapidi. Se questi non arrivano alla svelta, "sarà il caso di sbrigarsi". Per battere Hitler ci sono voluti anni e anni, ma non mi risulta che a un certo punto qualcuno abbia detto che fosse il caso di sbrigarsi a "trovare un compromesso" con lui. Perché Gheddafi dovrebbe godere di un trattamento privilegiato?

Cordiali saluti.

Strapazzaburdok
(Milano)

PS) Circa l'opinione che sia "impossibile raggiungere l'obiettivo politico prefissato con la sola forza delle armi" credo che si tratti di un'opinione, e i fatti delle ultime settimane sembrerebbero smentirla: ormai Gheddafi è quasi circondato a Tripoli, con enormi difficoltà a raggiungere Sebha e il resto della Libia, essendo bloccata la via della costa a Zliten e quasi impraticabile quella di Gheryan, con la sola via di Tarhuna ancora percorribile, benché anche qui si stiano intensificando gli scontri con i combattenti della libertà. Certo, non sarà né una passeggiata né una cosa di pochi giorni, ma i libici ci credono e lo stanno dimostrando, continuando poco per volta a rosicchiare territorio al dittatore. E quest'ultimo si aggrappa alla sola speranza dell'arma della propaganda, facendo circolare voci su compromessi che ormai auspicherebbe ma che difficilmente gli verranno accordati.

domenica 19 giugno 2011

Libia: in cerca della verità

Lettera aperta alla redazione di "Famiglia Cristiana"

Sono piuttosto perplesso sia per il tono generale sia per i contenuti dell'articolo "La madre di tutte le bugie-Libia: e se fosse tutto falso?" apparso sul vostro periodico online.

Esso appare infatti pesantemente viziato da pregiudizi che hanno condotto ad una descrizione dei fatti in gran parte lontana dal vero. Che alla NATO non siano tutti degli angioletti e che diverse guerre del recente passato siano state scatenate per chiari fini imperialistici è probabilmente vero, ma da qui a farsi portavoce della propaganda di Gheddafi in Italia ce ne corre.

La sola affermazione che mi sento di sottoscrivere è quella, ripresa da Lucio Caracciolo, che "questa guerra sarà ricordata come un 'collasso dell’informazione',  intrisa com’è di bugie e omissioni." In effetti, il terreno dell'informazione è cruciale, e per questo occorre stare molto attenti alle fonti che si usano. Per questo, mi sembra molto strano presentare, all'apertura dell'articolo, la "Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti)" operante a Tripoli come un organismo imparziale e affidabile: qualunque straniero si aggiri per la capitale libica è costantemente fiancheggiato da "minders" che controllano ogni sua mossa e impediscono qualunque libera conversazione con gli indigeni (è di oggi l'espulsione di un giornalista che ha osato cercare di sottrarsi alle spie e parlarne in un suo reportage). I soli che possono muoversi liberamente sono i membri dell'apparato di potere di Gheddafi, cioè quelli di una parte -e la parte più violenta- del conflitto. Un'associazione con sede ufficiale a Tripoli e con grossa placca in marmo sulla porta fa sicuramente parte del sistema. Indicarla come fonte attendibile è o da ingenui o da complici. Invece nei territori "liberati" i giornalisti possono andare dovunque e parlare con chiunque. E quelli che ci sono andati e ci vanno offrono descrizioni meno ideologiche e più rispondenti al vero. Certo, è più rischioso...

Per andare nello specifico, mi limito ad alcune osservazioni sulle "controverità" contenute nell'ultima pagina dell'articolo.

"Decine di migliaia di vittime civili…effetti collaterali dei 'missilamenti' Nato": leggendo un titolo così, in neretto, uno capisce che i missili NATO hanno ucciso decine di migliaia di persone. E invece poi nel testo si apprende che i morti sarebbero "700, secondo il Governo libico". Il governo libico è quello che portava i giornalisti far vedere negli ospedali i morti da bombardamento, che in realtà si rivelavano essere vittime di incidenti stradali (e pare che gli infermieri che hanno passato questa informazione ai giornalisti adesso non lavorino più lì. Spero siano stati solo licenziati, ma non mi stupirei se fossero anch'essi scomparsi). Se il governo libico avanza la cifra di qualche centinaio di morti, credo che difficilmente questi saranno più di qualche decina. Il che è un vero miracolo, visto l'uso spregiudicato da parte delle delle truppe di Gheddafi di luoghi pieni di civili come base da cui far partire i propri razzi (è di oggi la pubblicazione di un video di un lanciarazzi che da una moschea spara su obiettivi civili).

Quando si scrive "la guerra ha provocato oltre 750 mila fra sfollati e rifugiati", chi è il colpevole? È facile lasciare la questione nel vago: è colpa della guerra... Ma questa guerra ha un responsabile con nome e cognome: Muammar Gheddafi. A differenza di Ben Ali e Mubarak, quando, di fronte alla crescente contestazione popolare, si è trovato di fronte al dilemma tra lasciare il potere e scatenare un bagno di sangue, non ha esitato e ha dichiarato guerra al proprio popolo. Prima con spari sui manifestanti, poi con bombe e razzi sparati indiscriminatamente sui civili, fino all'uso di carri armati e tank per spianare le città ribelli. L'intervento della Francia prima, della NATO poi, ha solo impedito che anche nelle città di Bengasi e Misurata si ripetesse ciò che è successo a Zuara e Zawiya: soppressione violenta di ogni contestazione con eliminazione fisica di tutti i sospettati di non appoggiare il regime, e addirittura sparizione di intere moschee che erano servite di base ai resistenti. Si potrà contestare questa o quella notizia amplificata nei giorni in cui l'ONU ha preso la decisione di soccorrere i civili libici, ma non si può dimenticare che ogni goccia di sangue sparso in questa insensata carneficina è responsabilità di Gheddafi.

"Atrocità commesse ai danni di neri e migranti". Purtroppo nelle guerre gli atti di violenza non mancano e non metto in dubbio che molti dei fatti riportati di violenze ingiustificate nei confronti di immigrati subsahariani siano anche veri. Ma si è trattato di episodi, non di una politica deliberata. Come invece è stato il caso delle centinaia di africani imbarcati a forza da Gheddafi a Tripoli su imbarcazioni di fortuna per fare pressioni sull'opinione pubblica italiana: le centinaia di vittime dei naufragi di queste carrette del mare sono dovuti a una scelta cinica del rais di Tripoli che li ha trattati non da esseri umani ma come carne da sacrificare per guadagnarsi il supporto della lega. Viceversa, nessun organo di stampa italiano ha ricordato la dedizione con cui l'intera popolazione di Misurata, benché sotto assedio, con cibo razionato e acqua corrente tagliata, e sotto i quotidiani bombardamenti da parte di Gheddafi, ha provveduto per settimane a sostentare le migliaia di immigrati accampati in un campo profughi e impossibilitati ad abbandonare il paese. Solo la liberazione della città e del traffico portuale ha poi permesso a questi ultimi di partire.

"Fatte cadere tutte le proposte negoziali". L'autrice dell'articolo sostiene che ipotetiche "proposte negoziali", peraltro mai rese note, "sono state tutte ignorate dalla Nato e dai ribelli", e qui non nominare Gheddafi fa pensare che invece lui fosse disposto ad accettarle. In realtà è Gheddafi che ha sempre usato l'arma dell'annuncio di negoziati per scopi propagandistici senza mai sognarsi anche solo di alleggerire gli assalti alla popolazione civile. Diverse volte, durante l'assedio di Misurata, ha annunciato dei "cessate il fuoco" che non ha mai rispettato. Anzi, di solito ogni annuncio coincideva con un intensificarsi dei bombardamenti. Tutti i libici che conosco sono persone pacifiche e che non avrebbero preso le armi se non tirati per i capelli da una situazione di estrema emergenza. Non siamo di fronte a un movimento violento che ama la guerra e si diverte a esercitare la violenza per un gusto sadico fine a se stesso. Tutti quelli con cui sono in contatto non fanno che pensare a quando tutto sarà finito e finalmente potranno tornare alle loro occupazioni pacifiche. Possibilità di soluzioni pacifiche sono state offerte più volte, nei primi giorni, con la richiesta di un cambio di governo, ma la sola risposta è stata un'escalation di violenza, che ha colto impreparati i manifestanti, i quali ancora adesso, a mesi dall'inizio degli avvenimenti, non sono diventati un vero esercito efficiente.

Come ho già detto, anch'io non ho particolari motivi per essere tenero nei confronti della NATO, e anche in questo conflitto trovo che un eccesso di oscurità sui reali obiettivi, modi e tempi dell'intervento sia di pregiudizio ad una rapida soluzione della crisi, ma vi invito a controllare meglio sia i contenuti sia i toni dei vostri articoli. Come tutti i dittatori, Gheddafi sa usare molto bene la propaganda, e ha capito che per indebolire i suoi avversari deve trovare alleati in Italia, e li sta cercando, da una parte tra gli xenofobi della lega (partito di governo) con lo spauracchio degli immigrati in massa e le facili tentazioni isolazioniste, dall'altra nel mondo cattolico e anche nella sinistra, che sa essere sensibili sia al tema dell'imperialismo di USA e NATO sia a quello della salvaguardia dei neri perseguitati dai bianchi (a partire da quest'ultimo tema la deputata americana Cynthia McKinney sta imbastendo una campagna pro-Gheddafi, definito nel suo blog un "presidente democraticamente eletto"!).

Un "pacifismo" indiscriminato, senza troppi se e ma, rischia di essere in realtà un regalo alle armi della propaganda del vero "signore della guerra in Libia": il sanguinario Muammar Gheddafi.

Mi scuso per la lunghezza della lettera, ma la situazione è complessa e l'articolo preso in esame esigeva una chiarificazione articolata.
Vi ringrazio per l'attenzione e vi saluto.

Strapazzaburdok


mercoledì 20 aprile 2011

Morte di un eroe

Qui c'era un post che avevo scritto riportando ciò che era stato impostato su twitter da parte di quello che credevo un autentico protagonista della rivoluzione libica. Purtroppo si è rivelato una "bufala", peraltro molto ben gestita, da parte di un'approfittatrice. Qui c'è l'intera storia.

Tanto più spregevole in quanto per simulare ha imitato il tono e i contenuti di tanti messaggi di veri eroi che si stanno facendo massacrare in Libia.

lunedì 11 aprile 2011

Trattereste con Hitler?

L’idea di "trattare" con Gheddafi, presentata come realistica dal Corriere della Sera di oggi, appare insensata sotto diversi punti di vista. Al di là di ogni considerazione "etica" sul trattare con chi ha le mani lorde di sangue, mi sembra il caso di sottolineare che:
  1. Gheddafi e i suoi figli sono tiranni sanguinari. Non hanno mai pensato di "trattare" con chi protestava pacificamente e al contrario hanno dato vita a una guerra spietata contando solo sulla violenza per "piegare" i ribelli. La situazione di Zauia e Zuara, diventate "città fantasma" dopo la conquista a cannonate, sta lì a dimostrare come essi intendano la "trattativa". Se oggi accettano l'idea di una "trattativa" significa che si sono resi conto di non poter vincere con le cattive e cercano di farlo "con le buone";
  2. Gheddafi non ha mai messo in atto quello che diceva: ha proclamato almeno tre volte un "cessate il fuoco" senza mai sognarsi di rispettarlo. Come ci si può aspettare che rispetti le condizioni di una "trattativa"?
  3. Le forze di Gheddafi non sopportano la minima espressione di dissenso. Si sono visti prigionieri uccisi per non avere inneggiato al rais, e schiere di giovani spariscono dai luoghi conquistati dalle milizie e si teme non tornino più vivi. Su queste basi, il solo modo per permettere davvero che il popolo libico si esprima "liberamente" è quello di mettere fuori gioco Gheddafi e i suoi. Qualunque soluzione che contempli una loro permanenza al potere è una resa alla violenza.
Lo so, combattere è una cosa brutta e sporca. Ma ancora più sporco sarebbe ridare la Libia in mano al suo aguzzino.